21 dicembre 2009 Lascia un commento7 commenti

Biglietti_Auguri

Odio e libertà

In un mondo sempre più diviso e diverso, succede anche che il web ci riserva sorprese “amare”. Come questa che gira da qualche mese in Internet. Manifestazioni di piazza di islamici che inneggiano all’odio tra religioni diverse, plaudono agli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, cavalcano la voglia di colonizzazione nel nome di Allah. Succede questo ed è necessario rispondere con i traguardi raggiunti dalla cultura occidentali, i valori del progresso nei diritti dell’uomo, la consapevolezza di essere “Diversi e divisi”.

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Il Tar del Cairo riporta il velo

15 dicembre 2009 Lascia un commento2 commenti

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Roma, 15 dic. (Apcom) - Stop al bando di portare il Niqab, il velo integrale islamico.  Una recente direttiva governativa ne vietava l’uso negli atenei del Paese.  La tv satellitare saudita, al Arabiya, riporta oggi la decisione del Tribunale Amministrativo di stato del Cairo che ha revocato la controversa decisione del ministero dell’istruzione di vietare il Niqab nelle Università del Paese. Il mese scorso, in una circolare firmata dal Ministro preposto all’istruzione, Hani Hilal, vietava l’ingresso alle studentesse che indossavano nella pubblica università il Niqab. Molte le proteste, le contestazioni, i rifiuti di aderire al divieto. Infine, la sentenza: “Indossare il Niqab – recita la motivazione del Tar egiziano – rientra nell’ambito dell’esercizio delle libertà individuali e non viola i vincoli delle legge vigenti ne le norme stabilite dalla costituzione”. Una vittoria della libertà di espressione di culto, non c’è che dire, ma una battaglia persa dallo Stato laico. O almeno, da un tentativo dello Stato Laico di emergere e affermarsi anche nei paesi arabi; si spera, in un futuro, come condizione condivisa e non imposta.

Sudan: nel segno di Lubna

Il Sudan, Paese a maggioranza musulmana, dagli anni ottanta ha adottato la legge coranica come legge di Stato, valida per il 70% dei musulmani presenti sul territorio e talvolta subita dal restante 30% di cristiani e animisti. La Shari’a comporta l’adozione della pena di morte per reati quali la bestemmia contro Allah, l’adulterio, l’apostasia. Nel migliore dei casi la Shari’a può costare una manciata di frustate e l’obbligo al rispetto di norme religiose non condivise. Questo è accaduto ad una sedicenne cristiana di Khartoum, che passeggiava in un quartiere a sud della capitale con una gonna al ginocchio. Un poliziotto l’ha arrestata per abbigliamento indecoroso e dopo un processo sommario ha ricevuto 50 frustate come ammenda. La famiglia della ragazza si è rivolta ad  Azhari al-Hajj, avvocato e attivista per i diritti umani, che ha denunciato polizia e giudici. La motivazione: la ragazza è minorenne, cristiana, e durante l’arresto non le è stato permesso di comunicare con i propri genitori. Tutte violazioni della legge, sentenzia l’avvocato della ragazza. La Shari’a viene di norma applicata nel nord a maggioranza musulmana, ma non nel sud cristiano. La sedicenne Kashif e’ solo l’ultima vittima della furia  moralizzatrice delle forze dell’Ordine: in ottobre due donne furono condannate a 20 frustate per essere andate in giro con i pantaloni e senza il copricapo e nel luglio scorso la giornalista sudanese Lubna Ahmed Hussein aveva conquistato le pagine dei giornali internazionali per essere stata arrestata insieme ad altre 12 donne. Reato commmesso: le donne indossavano pantaloni in un locale pubblico. Solo in un Paese come il Sudan, provato da decenni di guerra civile, si può dare un senso all’arbitrarietà delle leggi, e ai rischi che si possono correre per un vestito sbagliato o una parola blasfema. Ma di fianco alla desolazione per notizie del genere, è confortante sapere che ci siano personalità e gruppi sociali che si oppongono, denunciano violazioni, richiamano la comunità internazionale sul problema dei diritti umani. E dimostrano che una quota viva e sana della popolazione esiste, conosce i propri diritti e li pretende. E non c’è legge di Dio che tenga.

Diario di una convivenza

Riportiamo interamente l’intervento di Nello Rega per Rai Televideo nel quale descrive la sua vita fatta di paura e solidarietà, e gli ultimi accadimenti di queste settimane.

“Certamente la mia vita è cambiata, e non poco. Attimo per attimo la sensazione di poter essere colpito fisicamente dalla sentenza di morte che aleggia sulla mia testa è sempre più forte. La mattina, all’inizio di un nuovo giorno, mi attende un’altra sfida con la vita e la sopravvivenza. Ce la farò?. Questo interrogativo mi accompagna di ora in ora, al lavoro, a casa, per strada, al cinema o solo passeggiando. L’ultimo avvertimento, o meglio chiamarla minaccia esplicita e senza possibilità di fraintendimento, l’ho ricevuta venerdì scorso. Ho lasciato la mia auto davanti al garage di casa. Ho preso l’ascensore e sono entrato nel mio appartamento. Mi sono fermato una trentina di minuti, un caffè, due chiacchiere con mia madre. Poi, di nuovo verso l’auto. Arrivato alla portiera, la macabra scena. Sul sedile passeggero una testa di agnello, dappertutto sangue. Sono rimasto senza fiato, il cuore mi è arrivato in gola, gli occhi svuotati di vita. E’ stato drammatico, traumatizzante, scioccante. Sono rimasto qualche minuto a pensare, a riflettere al messaggio di morte contenuto in quella testa sgozzata. Poi, ho chiamato i carabinieri. Al loro arrivo la scena si è riproposta in tutta la sua drammaticità. Domande, rilievi di impronte, fotografie. Oggi non passa minuto che quella scena non torni ai miei occhi e mi faccia ricordare, come se ce ne fosse bisogno, che sono in pericolo di vita. Ma quella di venerdì scorso è solo l’ultima di una lunga serie di scene raccapriccianti. Le minacce di morte a firma di Hezbollah (movimento sciita libanese che si oppone duramente a Israele ed è appoggiato e finanziato da Siria e Iran) sono cominciate diversi mesi fa. Dapprima lettere trovate sullo zerbino di casa con un coltello conficcato su una mia foto, poi un mio libro ‘violato’ nei suoi contenuti da un lungo chiodo. E ancora: lettere anonime a casa di mia madre a Potenza. In tutte le missive il mio nome era ripetuto diverse volte e sempre affianco alla scritta ‘sei morto perché abbiamo deciso che devi morire nel nome di Allah’. Due mesi fa i miei ‘giustizieri’ hanno alzato il tiro. Questa volta le buste arrivate a casa a Roma, a casa a Potenza, sul parabrezza della mia auto nel parcheggio Rai di Saxa Rubra a Roma contenevano proiettili. Ovviamente sempre indirizzate a me e sempre con la sentenza di morte a firma di Hezbollah. Una sentenza di morte alla quale non posso rispondere se non con le regolari denunce presentate ai carabinieri e la speranza di una indagine della magistratura che porti velocemente a inchiodare i responsabili di questi atti intimidatori. Nel frattempo la mia esistenza ha preso una piega diversa. La Prefettura di Potenza, attraverso il Comitato Ordine Pubblico e Sicurezza ha deciso misure di sicurezza per tutelarmi. Misure, però, che non hanno avuto lo stesso riscontro da parte della Prefettura di Roma. La mia vita nella capitale, dove lavoro, è quindi ‘protetta’ in minima parte dalle forze dell’ordine ed è affidata allo ‘sguardo divino’. Secondo questi personaggi, non ho altri termini per definirli, sono colpevole di aver scritto un libro (‘Diversi e divisi – Diario di una convivenza con l’Islam’) con Raffaele Gerardi – che ha curato anche i disegni all’interno del testo, nel quale parlo di cosa sia, documenti dei teologi musulmani alla mano, l’Islam. Una sorta di romanzo-saggio che, attraverso il racconto di una convivenza tra un uomo cattolico italiano e una donna sciita libanese, ripercorre i punti salienti della religione musulmana. Ne esce un quadro di grande difficoltà per il dialogo tra Cristianesimo e Islam, un dialogo reso molto controverso per i precetti propri dell’Islam. Ancora oggi, infatti, il mondo musulmano relega a un ruolo di inferiorità la donna, uccide in Iran gli omosessuali, impone l’infibulazione, prevede la poligamia. Precetti e dogmi, questi, diversi dal mondo occidentale e che dividono le due sponde del Mediterraneo. Nonostante le minacce di morte, il mio lavoro continua. Ho deciso come dovere civico quello di non fermarmi davanti a chi vigliaccamente vuole imbavagliare la libertà di espressione, uno dei capisaldi del vivere civile e delle conquiste della modernità. Non mollo davanti a chi vuole intimidirmi anche se la scelta non è senza rischi e paura. Come quelli di non aver ancora oggi ricevuto risposte concrete da parte dello Stato sulla mia sicurezza. Nonostante il lavoro incessante dei carabinieri, che sono diventati i miei angeli custodi, non mi è stata assegnata una scorta che certamente potrebbe farmi vivere meglio e senza rischi. Sono avvolto, e ne sono onorato, da una coltre di solidarietà che mi da la forza di andare avanti. Prima di tutto la mia Testata, il mio direttore, i miei colleghi. Poi, e non è poco, quello della Federazione nazionale della Stampa e dell’Osservatorio Ossigeno di Alberto Spampinato, dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, dell’Ordine regionale di Basilicata della Stampa, dell’Associazione Stampa Romana, dell’UsigRai. Soggetti che hanno chiesto ripetutamente al ministro dell’Interno Maroni misure maggiori di sicurezza. Tanti anche i messaggi di gente comune, che ha appreso le notizie guardando un telegiornale o sfogliando i quotidiani. E, un grande ringraziamento a un comitato spontaneo, fondato da Paolo Sinisgalli di Gallicchio, in provincia di Potenza, che porta avanti una raccolta di firme da inviare al ministro Maroni per una scorta nei miei confronti. Anche scrivendo questa testimonianza di ‘quotidiana insicurezza e paura’, i miei pensieri sono tornati lì, sul sedile della mia auto dove una testa di agnello mi ha avvertito di essere in pericolo. Ancora una volta, minacce senza ragione e senza verità. Fino a quando?”